La
Torre di Pisa
di Lucia Tosi
- In una delle
più celebri acqueforti di Ferdinando Fambrini – la Veduta dei
quattro
rinomati Edifizi della Città di Pisa – compare, in primo
piano, un
disegnatore intento a raffigurare i marmorei monumenti della Piazza del
Duomo. E’ questo un topos consueto nei pittori di paesaggio e
quindi
di vedute, che amavano inserire nei loro quadri – con un’evidente
allusione personale – l’immagine dell’artista impegnato nel suo lavoro
a testimonianza della veridicità del soggetto ritratto, ma che,
nel
caso dell’incisore pisano, intendeva anche attestare l’ininterrotta
fortuna della straordinaria veduta rappresentata dal Duomo, la
Torre,
il Battistero e il Camposanto Vecchio.
Fambrini incideva i suoi fogli tra il 1787 e il 1793,
inaugurando la
stagione di un più maturo e articolato ‘vedutismo pisano’,
ma
l’immagine della piazza si era in realtà già
imposta fin dal XVI
secolo, come cifra iconografica peculiare della città toscana.
Dopo una
nutrita serie di viste del tutto fantasiose e irrealistiche, a partire
dalla xilografia che compare nel Supplementum supplementi
chronicarum
di Jacopo Filippo Foresti, stampato a Venezia nel 1553, Pisa risulta
costantemente caratterizzata dalla sua singolare torre e dalla
cattedrale, pur non mancando testimonianze pittoriche precedenti tra le
quali il così detto Crocefisso della Dogana conservato nel Museo
di San
Matteo.
La Piazza e i suoi monumenti ritratti ‘a volo
d’uccello’ o in
prospettiva, risultano poi sempre presenti nella ricca cartografia
cittadina, a partire dalla bella e puntuale pianta disegnata dal
pisano Achille Soli e incisa dal senese Matteo Florimi tra la fine del
XVI e gli inizi del XVII secolo.
Accanto ai monumenti cittadini, un altro tema di ininterrotta fortuna
è
costituito dalle raffigurazione dell’antico ‘Gioco del Ponte’, che
consentiva agli artisti di offrire scenari della città
vivacizzati
dalla presenza di un pubblico folto e variegato.
Con Fambrini, con Grassi e con Polloni inizia una ricerca
affannosa di
viste sempre più dettagliate e inedite dei celebrati
monumenti della
Piazza dei Miracoli, ma soprattutto l’attenzione si sposta dalle
emergenze architettoniche e urbane delimitate dalla cerchia
muraria -
il Duomo, le chiese – in particolare quella della Spina-, le piazze,
gli edifici più prestigiosi, i lungarni con i suoi ponti -
al
territorio extraurbano, offrendo per la prima volta immagini dei
dintorni, che spaziano dalla pianura ai monti, da San Piero a Grado
alla Verruca, a Vicopisano, con l’occhio che si sposta dal
monumento
per indugiare su squarci paesistici ricchi di fascino ignoto.
Questa mutata declinazione visiva è frutto della nuova
sensibilità
romantica e della acuta curiosità dei viaggiatori, che, dopo
avere
ammirato il cuore della città, iniziano a esplorarne e ammirarne
i
seducenti dintorni, scoprendo motivi del tutto nuovi.
Il non facile compito di ripercorrere la storia dell’iconografia
pisana ha da tempo attratto studiosi e collezionisti, ma questo impegno
si fa sempre più arduo e complesso man mano che ci si inoltra
nel XIX
secolo e la città va configurandosi come uno degli snodi
privilegiati
dai viaggiatori del grand tour che richiedevano avidamente, non
dissimilmente dagli odierni turisti con le cartoline, immagini della
città, privilegiando ovviamente quelle canoniche. Acqueforti su
rame e
acciaio e acquatinte, spesso colorate a mano per renderle maggiormente
appetibili, vengono così prodotte in gran numero, e
sovente replicate
con varianti minime, al fine di rispondere ad un pressante mercato. A
questa già vasta produzione vanno aggiunte le immagini della
città che
immancabilmente comparivano nei libri di viaggi, sempre
più
frequentemente sfornati dall’editoria europea. Un vero e proprio
ginepraio, nel quale è assai arduo, anche per gli
specialisti,
orientarsi....!
Non vanno poi dimenticati quei viaggiatori più ‘aristocratici’ e
selettivi che impugnano la matita per esprimere i sentimenti
più
intimi e l’incanto che la vista della Piazza dei Miracoli, dei
Lungarni e dei vicoli medievali suscita loro. Esempio
emblematico è
offerto al proposito dai fogli dell’affascinante album schizzato
da
Mademoiselle de la Morinière, che soggiornò a Pisa per
qualche mese,
quasi contemporaneamente a Giacomo Leopardi.
La collezione privata di stampe della città e del
territorio,
proprietà di Valentino Cai, risulta essere un contributo
significativo
per dirimere l’articolato e complesso scenario del vedutismo pisano dal
XV al XIX secolo. Il Catalogo delle incisioni che il Collezionista
pisano è andato indefessamente e con passione raccogliendo nel
corso di
lunghi anni si configura dunque non solo come uno strumento ineludibile
per gli studiosi, ma anche come un’opera suscettibile di divenire un
vero e proprio livre de chevet per i numerosi pisani e non pisani che,
innamorati di Pisa, desiderino scoprire quanto delle antiche vestigia
sia conservato, quanto sia mutato e quanto, disgraziatamente, sia
andato distrutto.