Tunisia




Di tanto in tanto mi ritorna, come da un'altra vita, la Tunisia del Sud, la Tunisia di Gabes. Sono alla "clinique bon secours", ai margini della grande oasi, alle porte del deserto. Aria lucida, aliti di mare, sole senza sosta, terra indifesa. Solo il bianco qui si addice: al vestito, ai muri, alla strada, ai passi leggeri, ai pensieri.
L'Africa mi abbraccia ancora, credevo di averla persa, invece eccola qui, come uno Sefsari che avvolge : l'atmosfera è ancora quella, il distacco, la frattura, la possibilità di un'altra dimensione. Povere cose, ore lente, colori dispersi, voci senza parole: la vita preziosa e provvisoria.
Qui sono una "Forestiera", una outsider, ma anch'io vestita di bianco, incontro la gente, cammino tra loro con la mia pena.
All'improvviso, dopo la Libia, in partenza per Tozeur, il viaggio si è interrotto. Adelmo è ricoverato alla clinica; una cameretta linda, vuota, senza rumori. Una gentilezza in punta di piedi; un senso di fatalità e di abbandono. L'acqua è preziosa; il tempo lunghissimo ha il ritmo scandito del canto dei galli e dalla preghiera del Muezzín. Alta, come su un altare, c'è la televisione: ogni infermiera che entra accende il nostro lusso per darci qualcosa. Lavano le piastrelle tre volte al giorno, perchè la sabbia vela i vetri e i pavimenti.
Il medico fa miracoli: l'intelligenza dell'ambiente lo aiuta ad applicare la sua professionalità ai mezzi a disposizione. E' vigile, spiega, discorre, ci rassicura. Le infermiere sono mansuete, hanno gli occhi liquidi; quando ridono si coprono la bocca con le mani, quando danno e ricevono qualcosa inarcano e allungano il busto i una specie di inchino.
Una frattura nel tempo; tomo ad atmosfere sedimentate nella memoria; al mondo chiuso in un paese; all'odore del grembiule della nonna; a un vivere in sordina con cerimoniali antichi; al brulichio, non ancora fatto parola, di un microcosmo che comprendeva l'universo. Nella memoria ritrovo quei gesti, misurati, nascosti, pause di un discorso taciuto.
Se do una piccola mancia, le giovani dalle lunghe gonne si schermiscono, dicono di no con la testa, fanno mezzo passo indietro e intanto tendono la mano: facevo così anch'io quando le "signore" dell'estate mi regalavano le caramelle.
Si stupiscono perchè non mangiamo tutto il pane che ci portano; il cibo è la prima medicina, ci insegnano. Ci regalano due bicchieri di carta. Mi portano il tè in un cicchetto di vetro spesso, un decotto intenso, alla menta che mi lascia una grande voglia di tè. In una scatola della conserva metto due fiori di ibisco che ho raccolto per strada; loro si stringono nelle spalle, se li indicano, come per un gioco, inutile e strano, in un ospedale.
Mi aprono la porta, mi accompagnano lungo la scala, senza dire niente. Anch'io non so che cosa dire. Ma le conosco, anche loro mi conoscono. Mi hanno vista piangere nel fazzoletto. Eppure quel silenzio speciale, quella povertà, quella quiete sono una cura, quasi un dono, una leggera droga di anfetamine, come quando ci si addormenta al sole sulla sabbia della Liguria.
Se nessuno al mondo mi aspettasse, consumerei qui i giorni a vivere l'esperienza della lontananza. Questa brezza sottile, questo sole disarmante cancella i colori, cancella la memoria e anche il dolore. La mente assorbe solo il tepore del presente; il passato non mi appartiene più, il futuro non lo attendo. Ogni cosa si sperde in una tenerezza di forme fluide. Tutto sembra così semplice se le logiche e le abitudini si allontanano.
Questa natura non è romantica, non interagisce con noi, non è in funzione del nostro sentire. Trasparente, velata, spogliata da ogni artificio, indifferente alle briglie umane, ha un atteggiamento lunare: accoglie uomini e cose in modo provvisorio, senza coinvolgimenti e compromessi. Vive per conto suo con un altro tempo e un altro andare.
L'orizzonte, da linea a linea, scivola via viola e cenere all'infinito. Ogni cosa si sperde nel sacrale silenzio, sottolineato da piccole voci, da scricchiolii, da qualche rado alto grido o latrato.
Ogni uomo è uomo di frontiera: in bilico nel suo divenire, ha maturato una economia, una socialità e una specie di poesia segreta necessarie alla sopravvivenza.
In genere sono carovanieri, alcuni diventati raccoglitori e quindi sedentari, curano gli uliveti lungo la costa del nord. Ma l'anima è quella del deserto: la senti nella secchezza del loro esistere, nella vastità dello sguardo, nello smorto sorriso "di chi non odia e non grida perchè da tempo remoto ha accettato la sorte'
Sembra facciano fatica concentrare la loro attenzione su di te. Da momento a momento cambiano discorso, si staccano in silenzi improvvisi, rotolano come le loro colline, all'infinito. Avvolti in bende lanose, le narici dilatate, guardano oltre ciò che si vede. Ancora con il sesto senso riescono ad avvertire ogni diverso che c'è nel vento, riescono a capire il piegarsi delle erbe, le danze degli insetti, il leggero lamento della sabbia che corre.
Un anziano maestro di scuola, che abita una casa dove l'oasi va a finire in mare, mi dice che i figli dei raccoglitori, che ora mangiano tutti i giorni, sono giocosi, di buon servizio; i figli dei carovanieri sono più insofferenti, più aspri perchè fin da piccoli sanno la fame e la sete e l'arrangiarsi.
Certe cose non le vogliono sapere; certe cose le sanno prima di studiarle. Si guardano questi bambini invidiandosi a vicenda: i figli dei raccoglitori hanno la casa, le capre, l'acqua e le cose buone. Gli altri hanno i cammelli, la stuoia e le piste del deserto.
Tutti hanno tante storie che ascoltano incantati quando si fa sera e il tramonto lunghissimo incendia a perdita d'occhio l'orizzonte e il cielo schiaccia la terra e sembra di essere soli al mondo.
Allora si disfano gomitoli di parole: i fantasmi galoppano le dune; le principesse velate lasciano sulla sabbia una scia di seta trasparente. 1 bambini dondolano gli occhi sul ventaglio del sole e vedono le donne che sugli ultimi raggi stendono i sefsaii bianchi che di colpo si asciugano e si indorano.
Mi siedo, in un angolo d'ombra, di fronte al mare, accanto ad una infermiera del Bon Secours. A poco a poco il nostro timido francese ci fa da ponte. Nel grigio rosa della riva deserta un cespuglio e un alberello fiorito saltano agli occhi. Fatma china il capo e sorride nel dire che suo padre le ha insegnato che le piante sognano quando fioriscono d'improvviso e fuori tempo.
Mi indica l'erba per dirmi che il verde è sacro perchè è il vestito della speranza.
A volte può essere la medicina di quelli che non hanno medicine.
Quando le cose sono troppo grandi per essere sopportate, loro si fermano, si accovacciano, appoggiano la schiena a un muretto, chinano il capo e con le mani in grembo si raccolgono nel dormiveglia. Sentono le voci, i rumori, le mosche; le cose girano attorno, ma non ti toccano, perchè tu sei già in volo avvolto nel verde. Da tono a tono con la mente passano dal verde petrolio dei pozzi, al verde smeraldo dell'oasi, al malva delle colline di Matmata e vanno lontano lontano fino al verde, mai visto, di ALLAH. C'è anche il verde dei vagiti; della preghiera; dei galli, quello che porta fuori dalla notte. A mano a mano, se uno sa recitare il SEHBA dei verdi, le cose della vita tornano al loro posto e si può di nuovo camminare fra loro.
Il medio-oriente è vicino: la forza energetica della meditazione e dello yoga lambisce anche questa cultura berbera, è forse la sorgente profonda della religiosità poetica di questa gente.
Le chiedo se il sufismo (movimento mistico estatico proveniente dalla Persia) è ancora diffuso.
"Nel Djerid -dice- i marabout, uomini saggi, sono guaritori, sono profeti, sono poeti, sono maestri; nelle Zaouia (confraternite) insegnano come affidarsi alla provvidenza per vivere con passo leggero la vita".
La voce si tace improvvisa, e l'attenzione si tende verso un fruscio di sabbia, verso schiocchi quasi di risa, verso la nebbia dorata che fa tremolare l'orizzonte.
"Sono i ginn, mi confida contenta e confusa, i folletti misteriosi del deserto che compaiono quando uno meno se li aspetta, per fare dispetti, per prendere in giro la gente; o anche per vendicare gli offesi, per far ritrovare le cose perdute o le piste smarrite, o la retta via a chi va fuori di senno".
Con cadenza da fiaba, Fatma parla della Qamar, la luna, o dei piccoli laghi nel deserto, gli specchi dove le stelle diventano fiordalisi e mi dondola la realtà in culle di poesia.
Vorrei conoscere l'arabo per cogliere le sfumature di quel dire veloce, quasi senza vocali, con i chiari scuri salmodianti simili a quelli della nostra liturgia.
Un medico italiano, cresciuto in Tunisia, mi aveva tradotto le parole benevoli, augurali, confortanti che accompagnano ogni evento: un cerimoniale denso dentro il quale riconoscersi, a difesa contro la vastità assorbente della terra e del sole.
Mi aveva mostrato nelle medine la meraviglia e la sapienza dei mosaici. La malia degli archi, i cortili impreziositi da tappeti di pietra dove il cielo piove dall'alto e intorno le stanze quasi spoglie - la stanzetta del caffè - linda e attrezzata come un santuario - e tutto quel bianco che fa sconfinare le case nel chiaro dell'aria. Ma i disegni, i trafori delle finestre , gli intarsi, per me solo decorazioni, in realtà dialogano con la gente; carichi di simboli, di allusioni, di sensi nascosti, quasi sempre comunicano letizia e logiche giocose della interazione tra animali, fiori e uomini.
E' questa la Tunisia che ho vissuto: piccoli passi, piccole esperienze; un cerchio dentro l'altro, tutti esemplari di una uguale struttura, variazioni di uno stampo.
Tappe che conducono all'interno di un pensiero, al dilatarsi della coscienza.
In Africa, penso, non si può rimanere sulla soglia; o si fa un passo indietro e ci si corazza dentro le nostre certezze; o si fa un passo avanti e si incomincia un'altra volta a nascere. Ma per nascere bisogna prima morire: avere dentro il fascino, il coraggio, la disperazione della morte.
Chi rinasce in Africa ritrova l'innocenza e la leggerezza dell'essere. Forse questo è il male d'Africa: la nostalgia rettile di un mondo perso, dove tutte le evoluzioni sono ancora possibili - le combinazioni caotiche e casuali - i grandi spazi, i grandi silenzi; i grandi nulla. La vita aperta - da lasciar scorrere negli occhi e nel sangue.
Ho insegnato alla scuola Virgilio di Addis Abeba, tanti tanti anni fa, e ho imparato che bisogna in qualche modo viverla l'Africa - e patirla.
Quando Adelmo fu disteso sulla riva della stradina nell'oasi in attesa dell'ambulanza, un tunisino è venuto vicino, si è tolto la giacca, l'ha piegata e offerta come cuscino. Dalle casupole intorno è uscita gente; una donna, a mani congiunte, mi ha porto mezza bottiglia di acqua e una coperta; poi tutti a venti passi, le braccia conserte a guardare in silenzio, a seguire con gli occhi il nostro trambusto.
Quando ci siamo allontanati con l'ambulanza hanno allargato le braccia a palme aperte.
Quei gesti me li porto dentro. Sono tutt'uno con i verdi intricati dell'oasi, e appena fuori, i cespugli sparsi, sempre più radi e stenti nella distesa grigio argento appena ondulato che porta non si sa dove - a ripetersi fino al cielo.

Virginia MAULINI