Turismo e ambiente



Sarà opportuno tentare una definizione del “viaggiatore” e del “turista” in funzione del tema di questa breve relazione prima di far riferimento all’ambiente. Viaggiatore è colui che considera il viaggio una parte essenziale e predominante nella propria vita come attività determinante e irrinunciabile qualunque sia la motivazione che lo spinge a viaggiare, sia quando viaggia o non. Turista è invece colui che considera il viaggio come un diversivo, una evasione transitoria rispetto alla sua vita normale, pur sempre importante e rivitalizzante, sia dal punto di vista culturale e del soddisfacimento di curiosità che nella ricerca di rottura del ritmo giornaliero e quindi di distensione ed evasione dalla routine quotidiana.
Il turismo è un fenomeno molto recente e risale ai primi anni del nostro secolo anche se i primi segni si riscontrano già nella seconda metà dell’ottocento con il nascere cioè della cosiddetta civiltà industriale e si sviluppa nella fase post-industriale assumendo una importanza grandissima da molti punti di vista, sociale, economico, culturale , etnologico e antropologico, coincidendo con i forti cambiamenti nel costume e nella vita individuale e sociale. Nasce in quell’epoca una nuova esigenza nella vita umana: “il tempo libero” e la necessità di occuparlo.
Nei periodi precedenti, in particolare nella cultura agricola, l’uomo non poteva disporre di tempo da dedicare ad attività che non fossero legate direttamente alla sopravvivenza con l’impegno totale del proprio tempo per una dura lotta per il soddisfacimento dei suoi bisogni primari trovando in un certo senso un valido diversivo e supporto nelle pratiche religiose che comunque erano anch’esse legate alla stessa sopravvivenza fisica e spirituale. I ritmi della vita erano tali da assorbire interamente il tempo che correva con valori psichici e fisiologici adeguati e non solo nella attività agricola ma anche nell’attività produttiva artigianale che si svolgeva anch’essa con ritmi simili, molto probabilmente non ancora stressanti, come saranno poi quelli della attività produttiva dell’epoca industriale.
Il tempo libero considerato come un’ effettiva conquista tipica della nostra epoca, è in realtà una esigenza reale dovuta al passaggio dalla vita agricola alla vita industriale, modifica che impegna in modo diverso la partecipazione dell’individuo stesso.
Il concetto di sopravvivenza individuale si modifica in modo determinante. I nuovi ritmi impongono l’esigenza di un diverso impiego del tempo individuale e con con questa una modifica dello stesso ritmo di vita, non più legato a quello fisiologico e psicologico dello individuo. Il turismo risponde a questa esigenza e questo spiega il suo sviluppo rapido ed intenso con tutte le problematiche che ne conseguono.
Come un tempo il viaggio è stato un elemento fondamentale nello sviluppo della civilizzazione umana, e questo meriterebbe un maggior approfondimento in questo senso, così oggi il turismo è divenuto un elemento determinante nell’evoluzione della civilizzazione che ormai, d’altra parte, influisce in modo evidente e fatalmente inevitabile sull’ “ambiente”, inteso come il complesso dei vari aspetti di questo nostro pianeta, fisici, biologici, antropologici.
Vorrei qui porre l’accento su una dicotomia diffusa, che sempre aleggia quando si parla di turismo ed ambiente, di turismo e natura e quindi di uomo e natura. I due termini vengono contrapposti l’un contro l’altro, quasi come antagonisti nel mondo nel quale viviamo,in una sorte di tenzone nella quale uno dei due è soccombente. Ciò probabilmente è originato dal significato attribuito al termine “natura”. La tendenza comune è quella di considerare “natura” tutto ciò che è al di fuori dell’uomo, quasi che la specie umana non fosse parte integrante della natura stessa. E’ mia convinzione che ogni azione dell’uomo non può essere considerata al di fuori della natura a meno di volerlo considerare presuntuosamente quale artefice, appartenente ad altra natura.
Quest’ultima notazione vuole avere lo scopo di chiarire il significato di quello che diremo sull’impatto del turismo sull’ambiente, che di volta in volta assume aspetti drammatici e colpevoli o invece estremamente positivi per i suoi effetti apparenti o nascosti.
Il turismo agisce portando flussi di gente, ormai vere e proprie ondate, da un punto all’altro della superficie terrestre, in modi stagionali e periodici, con conseguenze sensibili, che investono tutti gli aspetti del territorio attraversato.
Valutare questi effetti e cercare di dar loro un significato che non sia contingente ma determinante nel processo evolutivo nel quale volenti o non volenti siamo coinvolti, è certamente un compito difficile essendo oltre tutto noi stessi agenti, volontari o non, in questo processo.
Il mio invito è di cercare di individuare e quindi di valutare, in modo il più equilibrato possibile il rapporto fra il turismo e l’ambiente, il che comporta la necessità di una integrazione e collaborazione delle varie discipline connesse con il fatto ”turismo”e che sono, per ricordare, solo le più dirette, la sociologia, l’etnografia, l’antropologia, l’etologia , le scienze naturali e le scienze economiche che insieme contribuiscono ad una nuova disciplina, la scienza turistica.
Gli effetti del turismo sull’ambiente sono ormai un argomento di grande importanza e degno della massima attenzione da parte di tutte le componenti della società umana ed il convegno al quale siamo qui partecipi, potrà contribuire certamente ad illustrare ed illuminare meglio i vari aspetti di questo fenomeno umano che ha conseguenze grandissime per la stessa umanità e per l’intera natura terrestre. Per ragioni di semplificazione potremo distinguere gli effetti a seconda della loro influenza nei vari campi della natura stessa, con le più apparenti conseguenze, nelle modifiche del territorio, della fauna , nel depauperamento delle risorse locali e nella modifica del paesaggio.
Pensiamo a quel tratto di costa sul mar Rosso che si chiama Sharm El Sheik e che ha trasformato una spiaggia desertica di dune in un villaggio balneare che vuole imitare i nostri della costa emiliana, o alla costa messicana di Cancun, o a quella di Pucket nella penisola che una volta si chiamava Malacca. Chi può oggi valutare il risultato di queste operazioni turistiche tipiche del nostro tempo? Solo un sentimento nostalgico per un passato che non torna, può far emettere emettere un giudizio positivo o negativo nel merito, ma su quelle coste oggi vive una nuova società, con una sua economia, una sua vita sociale forse transitoria ma pur sempre reale, ed i giudizi che emetteremmo potrebbe essere duplici ed opposti per due opposti pesi e misure.
Non dimentichiamo una cosa: una società stazionaria conduce ad un sistema di semplice sussistenza e non certamente ad un sistema evolutivo ed evoluto e d’altra parte contradirebbe la stessa natura che solo nella evoluzione trova la sua ragione di essere e l’evoluzione è una successione di creazione e distruzione in un ciclo perenne del quale non vediamo la fine, almeno per quanto oggi conosciamo. Questo mi fa pensare che al di là di ogni considerazione personale, sentimentale di ognuno di noi, che ci fa piangere sulla fine di una specie animale, le tigri di Sumatra, gli oranghi del Borneo, i gorilla del Ruanda per fare degli esempi più noti, l’evoluzione inarrestabile conduce alla distruzione di esistenze per la creazione di altre, in un ciclo continuo e senza fine e che noi, gli umani, non siamo che uno strumento in questo ciclo perenne.
Il turismo con il suo, talvolta violento, impatto è certamente oggi uno strumento, inconsapevole o meno, di quella evoluzione che conduce a quella che oggi, con una parola di moda, si chiama “globalizzazione”.
Su questo nuovo mito potremmo discutere a lungo e contestarne la sua corrispondenza ad una realtà ancora tutta da verificare, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. Quello che invece vorrei dire è che bisogna fare molta attenzione prima di demonizzare in un senso o nell’altro un fenomeno così importante come il turismo ed il suo impatto con l’ambiente.
Certo, se osserviamo intorno a noi gli effetti visibili, le perplessità che sorgono sono legittime. Penso spesso al destino dell’isola di Bali che amo in modo particolare per esserci stato più volte nel tempo e dove ho ancora dei buoni amici. Penso alla sua resistenza all’invasione turistica che da lungo tempo la pone sotto un assedio inesorabile. Si dice che Bali ha resistito nei secoli a tutte le più dure invasioni, buddismo, islamismo, colonialismo olandese la più dura forse, senza cedere fino all’arrivo del turismo che ormai però sta mettendo in ginocchio le ultime resistenze di una cultura antica senza ritorno, trasformandola in una specie di bazar folcloristico a disposizione della folla che occupa i suoi luoghi più sacri e reconditi senza vedere, capire ed apprezzare. Ed i villaggi dei Torajia nel centro delle Celebes dove un etnia così particolare è costretta per la sua sopravvivenza a recitare una sceneggiata sempre più artificiale di una loro vita tribale ormai fuori del tempo. E così per tutti gli altri infiniti luoghi di questa terra che hanno avuto, forse, la sfortuna di esercitare una irresistibile attrazione.
E senza andare in terre lontane, volgiamo lo sguardo in casa nostra, sulle nostre coste, dove antichi paesi con la loro storia secolare sono stati travolti dalla furia, possiamo chiamarla così, della selvaggia speculazione edilizia che ha distrutto gli stessi paesaggi che erano la meta degli stessi possibili fruitori o sulle nostre montagne i cui sentieri una volta solitari sono divenuti piste per mountain-bike e fuori strada di produzione giapponese.
E’ un male od un bene? Chi può dirlo ! Le trasformazioni che il turismo ha portato in tutte le sue mete mirano ad uniformare nel bene e nel male gli occupati e gli invasori ed a modificare in modo irreversibile la stessa natura, il paesaggio stesso dei luoghi, gli stessi esseri in esso viventi piante ,animali ed uomini.
La domanda che inevitabilmente ci dobbiamo porre e che è il vero scopo di questo nostro incontro, è se noi uomini possiamo fare qualcosa in un modo o nell’altro oltre ad essere diventati un pò tutti “turisti” per forza o per vocazione.
Io vorrei dire di si! Anzi, vorrei aggiungere che è nostro compito il farlo.
Credo, se vogliamo ipotizzare un progetto generale della natura o di chi vi sovraintende il nostro compito sia quello di mediare fra opposte direzioni distruzione e creazione ed ottenere quel risultato e quel fine che, se anche non da noi conosciuto, ci è stato assegnato.
Può sembrare una visione deterministica ma in questo momento non saprei proporne un’altra. Mi conforta una frase che Eric Lee ha scritto in un suo famoso libro “La mente del viaggiatore” , “la storia del viaggio ha valore in quanto fornisce importanti materiali per superare lo scandaloso circolo vizioso dell’antitesi fra storia umana e storia “naturale....”.
Possiamo affermare che il turismo va ormai considerato, come una volta il viaggio, come una causa primaria nella evoluzione e modifica dei rapporti fra la gente e l”ambiente” e fra la gente genera nuovi rapporti sociali ed opera trasformazioni delle stesse identità sociali.
Il turista inconsapevolmente, col suo vagare fuori dai confini del suo mondo, opera sempre in due due direzioni, verso se stesso e verso il mondo che visita. Ogni sua azione ha sempre un riflesso e un ritorno nell’ambiente circostante ed incide in esso in modo sovente indelebile anche con le sue più piccole azioni, anche quando regala una caramella al bambino che gli protende la mano. Nello stesso tempo, al suo ritorno alla base porta con se una visione nuova che più o meno cambia la sua percezione delle cose. Questi scambi culturali fra gente che spesso si guarda reciprocamente come “esotici”, costituiscono una delle componenti importanti di quell’indirizzo omogeneizzante che oggi si definisce “globalizzazzione”ma che in realtà è sempre esistito fin da quando l’uomo ha cominciato a lasciare la sua tana per incontrare altri uomini.
Nel breve spazio di questa relazione si sono esaminati molto succintamente e genericamente alcuni degli aspetti del tema di questo convegno e che sono a mio parere i presupposti per trarre delle conclusioni che spettano comunque agli esperti dei diversi settori implicati nella materia. Sono gli operatori del turismo, gli operatori economici, gli operatori ecologici tutti quelli che in questo grande fenomeno della nostra epoca, trovano la loro ragione di essere,non ultimi i giornalisti quali testimoni ed informatori ed in un certo senso educatori ed infine i turisti stessi, che, tutti insieme, devono darsi da fare in questo senso, se non vogliono vedere la degenerazione della “gallina dalle uova d’oro”, quale è diventato l’”affaire” turismo.

Mario Dalmazzo