Mariella Ruffo di Calabria

Nei primi decenni della mia vita, seguendo tracciati quasi abitudinari, ho frequentato le belle città europee e i consueti luoghi di villeggiatura. Solo quando i miei tre figli sono abbastanza cresciuti ho potuto obbedire al fascino di orizzonti più vasti, solitari e lontani, oltre che di popoli rimasti quasi immutati, da millenni, nella storia dell'umanità. Fu nell'85 che mi innamorai del Sahara, quando a bordo di una "Panda" percorsi, anche come co-pilota, le migliaia di chilometri che separano Tunisi da Abidjan nella Costa d'Avorio.
Per conoscere più da vicino quel deserto, compii in seguito una meharèe, sopra un cammello, nell'Algeria del Sud. Più tardi, su un fuoristrada, attraversai il deserto del Tenerè. Mi piacevano le notti sotto la tenda, avvolte da un meraviglioso silenzio, dove però si odono tutti i minimi rumori prodotti dal vento e i vicinissimi calpestii di bestie invisibili là intorno. Si viaggiava con un bagaglio leggerissimo, dove conveniva trovar posto per la spesso provvidenziale carne in scatola, e per l'acqua. Mi trovai, benchè sconsigliata, in Dancalia quando le azioni militari fra l'Etiopia e l'Eritrea, poco distante da lì, lasciavano ancora strascichi fra bande. In ogni caso, mi sono sempre sentita ospitalmente protetta dalla gente di quei luoghi. Ho imparato a rispettare ed ammirare i loro costumi semplici e rigorosi, legati alla devozione islamica che li ispira. Li ho visti più sereni e felici di noi, anche perchè indipendenti dagli obblighi e dagli orari che nevrotizzano la nostra esistenza ipercivilizzata: soprattutto mi hanno affascinato le tribù nomadi, quelle, si, veramente senza tempo.
Quanto ai meravigliosi silenzi e alla gran pace del Sahara ho incontrato qualcosa di simile solo nell'Estremo Nord sulla banchisa, accanto ai ghiacci eterni che la nave frantuma avanzando: anche lassù, la gente assume comportamenti essenziali, obbedendo a quanto della natura rimane intoccato.
Nel '93 ho visitato la Mongolia e mi sono spinta fino a Pechino dopo aver percorso un lungo tratto della ferrovia transiberiana. Poi ho visitato altre nazioni asiatiche, fra le quali, ultimissima e prediletta, la Birmania con tutti i suoi laghi, le migliaia di pagode, i fiumi che attraversavano le grandi città colme di giardini: vi si respira ovunque una bellezza prodotta e mantenuta, pur nelle gravi problematiche socio-politiche di oggi, da un mirabile equilibrio umano.
E poi, di ritorno da ogni viaggio, che si fa? Eccomi qua a ritrovare il mio ruolo di nonna e la gestione dell'agriturismo dove, in vista delle torri di San Gimignano, divento a mia volta, da viaggiatrice, accoglitrice di turisti venuti dal nord nella nostra - come scrivono loro - Toskana. Ma non posso nasconderlo: l'irrequieta impazienza di ripartire fa presto a scattare.