IL VULCANO BROMO

di Mario Dalmazzo

Erano appena le tre del mattino quando qualcuno bussò bruscamente alla porta della nostra camera. Un risveglio mattutino per partire verso il vulcano Bromo al fine di arrivare al bordo del cratere in tempo per il levare del sole. Il generatore di corrente elettrica non funzionava durante la notte ed al buio ci alzammo e facemmo i nostri preparativi per la partenza….. .
Eravamo al Bromo Permai, una specie di rifugio alpino in legno a più di 2000 metri di altitudine nel massiccio del Tengeer, nella parte nord orientale di Giava. Nonostante che l’equatore fosse abbastanza vicino, la temperatura era molto rigida: poco più di cinque gradi sopra lo zero.
Due giorni prima , mia moglie ed io, in compagnia di alcuni amici eravamo partiti da Surabaia per la strada che segue la costa fino a Probolingo ed avevamo passato la prima notte nel piccolo villaggio di Treves, in un grazioso hotel composto di piccoli chalets in un parco a mezza costa di una montagna coronata da un cono vulcanico. Il giorno seguente, due ore di macchina su una strada stretta e tortuosa ma bene asfaltata ci portarono a due mila metri di altitudine. Il percorso si effettuò entro foreste tipicamente equatoriali che man mano che si saliva si trasformavano in boschi montani e così passammo da banani e palme da cocco alle acacie in fiore e pini silvestri.
La strada percorreva una valle sempre più stretta fra montagne sempre più aspre verso il grande massiccio del Tengeer. Durante più di cinquanta kilometri non vedemmo che rare abitazioni di coltivatori di tabacco, di caffè e più in alto coltivazioni montane. Piccole case dipinte di vivaci colori abitate dai primi gruppi di Tengeers antica popolazione che è vissuta per molti secoli isolata dal resto del modo.


Cacciati prima dall’avanzata dell’induismo e poi dell’islamismo, questa gente si era rifugiata nei pressi dei grandi vulcani e così riuscendo a coabitare in questo ambiente, conservarono i loro costumi ancestrali, la loro religione animista ed i loro riti. E’ dalla loro cultura che sono fiorite le leggende trasmesse oralmente da padre in figlio durante i secoli che raccontano la storia dell’origine del vulcano. Si parla di una bella principessa e del suo pretendente respinto e della nascita del grande cratere e del mare di sabbia che riempie la bocca del vulcano scavata con l’aiuto della metà di una noce di cocco, magico utensile. Un'altra leggenda, quella delle cipolle, racconta la storia di Kyai Dadaputib, l’antenato del popolo dei Tangeer al quale gli dei del vulcano chiesero il sacrificio del figlio maggiore in cambio di un abbondanza di nutrimento eterno sotto forma di cipolle bianche e nere. Si racconta anche che all’ultimo momento il vulcano graziò il giovinetto che fu adottato dagli dei della montagna ed ancora ai nostri giorni, ogni anno i Tengeerais commemorano questo evento con una grande cerimonia: nella notte di luna piena del dodicesimo mese del loro calendario. Gli abitanti di tutti i villaggi dei dintorni salgono fino alla bocca del Bromo e gettano nella terribile voragine offerte di cibi e frutti e fiori, polli, capre e forse nel tempo antico, si dice, anche vittime umane.
Questa cerimonia detta “Kodoso” dura tutta la notte e si svolge con un rito assai complicato, secondo antiche consuetudini animiste in onore del vulcano. Nonostante l’isolamento e l’ostilità ambientale nella quale vivono i Tangerais, il loro carattere e temperamento è franco ed amichevole Mi ricordo della veglia attorno al fuoco durante la sera all’hotel Bromo prima di andare a dormire, delle storie su di un essere misterioso, una sorte di”Yeti” che si nasconde nelle rocce attorno al Vulcano sfuggendo ad ogni contatto umano.
Eravamo arrivati al Bromo Permai la sera precedente alla nostra ascensione al cratere dopo aver sostato a Ngadisari l’ultimo villaggio al termine di una strada ancora asfaltata che parte da Probolingo, un grazioso villaggio con le sue case ordinate e colorate di bianco ed azzurro con i balconi pieni di fiori. Alla fine del paese la strada diventa un pista che con rapide salite e curve raggiunge i 2000m di altitudine a Bromo Permai e a Cemoro Lawang, una specie di belvedere che guarda il grande cratere antico ,il mare di sabbia ed i tre crateri interni: il Bromo il Batok ed il Widodaren, il tutto con una scengrafia davvero insolita ed inaspettata.

Arrivando da Ngadisari, si lascia una natura lussureggiante per trovarci improvvisamente su di un balcone su un grande cerchio di 12 kiolometri di diametro: è l’antico cratere di un vulcano ormai spento. Un centinaio di metri più sotto una distesa di sabbia grigia, al centro della quale sorgono i coni di tre vulcani minori: il Batok con la sua forma di cono decapitato ed i fianchi rigati da solchi verticali regolarmente disegnati; il Bromo, la nostra meta, un ammasso irregolare di forme bizzarre di pieghe di lava vulcanica pietrificata dal tempo, vulcano ancora attivo la cui ultima eruzione terrificante risale al 1930 e che ora esala fumi e vapori pestiferi e infine ilWidodaren nascosto dietro i due precedenti che erutta con cronometrica regolarità sbuffi di vapore bianco. Tutto il paesaggio è di quelli ha lasciano sbalordito il visitatore ed è là che abbiamo ammirato un fantasmagorico tramonto al nostro arrivo la sera precedente al Bromo Hotel...
Il brusco risveglio del mattino seguente alle tre ci tirò giù dai sottili materassi di kapok ed ancora intirizziti dal gelo notturno ci preparammo alla discesa su mare d sabbia.
La notte gelida era senza luna e l’oscurità era totale: le stelle erano come chiodi infissi in un cielo nero e l’unico bagliore proveniva da una piccola lampada a pila che tenevamo nelle mani intirizzite dal freddo malgrado dei guanti improvvisati.
Arrivati sul mare di sabbia, penetrammo e la parola è giusta, in una leggera nebbia che copriva tutta la valle. Camminammo per circa tre chilometri seguendo la nostra guida Tangherais in un silenzio assoluto e primordiale rotto solo dal battere degli zoccoli di un piccolo cavallo montato da un viaggiatore pigro.
Alle prime luci dell’alba, all’inizio della salita verso il cratere intravedemmo nella semi oscurità un gruppo di persone che ci precedeva e presto sentimmo le loro voci: erano Giapponesi ! Il sentiero a ripida pendenza fra rocce dalle forme strane e solchi di lava fossilizzata ci attendeva con un aspetto irreale nella nebbia e con le prime luci del giorno.
Gli ultimi cento metri prima di giungere al bordo del cratere erano una lunga scala con gradini scavati nella lava ..L’aria era satura di vapori di zolfo che provocavano una noiosa tosse tanto a noi che ai Giapponesi. Alfine eccoci sul bordo, su uno stretto sentiero in equilibrio su delle rocce precipitanti ad est sul mare di sabbia ed ad ovest verso una insondabile oscurità: la bocca del vulcano.
Restammo là muti, tossicolosi e gelati nell’attesa del grande evento: il levarsi del sole!
E’ sempre uno spettacolo che ciascuno vive e sente con intensità nel più profondo di se stesso. Sono degli istanti durante i quali tutta la natura sembra sospendere il suo ritmo. Lassù, sul vulcano, si percepisce qualcosa di superiore, uno sconosciuto senso dell’esistenza quasi drammatico, un contatto con l’universo intero.
Rapidamente il disco di fuoco si alzò dai bordi della grande falaise al di sopra del mare di sabbia, e lame di luce, come lame di spada dissolsero le brume in fondo alla vallata. Improvvisamente dietro a noi ,la bocca del vulcano fu colpita da un raggio obliquo di sole; ci girammo ed il fondo del vulcano ci apparve in tutto il suo selvaggio aspetto. I colori bianchi, gialli, verdi, rossi dei minerali che i vapori depongono sulle pareti del grande imbuto davano l’impressione di un grande caleidoscopio che attirava gli sguardi in una spaventosa sensazione di vertigine.
Per un istante, noi stessi, come i Tangerais credemmo di avvertire una vitale forza magica che saliva insieme ai vapori. Il sole saliva e contemporaneamente saliva la temperatura, e immediatamente fu caldo; si ruppe l’incantesimo: ci sentimmo di nuovo escursionisti presi in un appassionante viaggio.
Il sentiero come un nastro sottile seguiva il cratere in tutto il suo perimetro e salite e discese sovente erano difficili: il terreno sabbioso richiedeva molta attenzione per evitare di scivolare verso il fondo del cratere . Durante la discesa verso il mare di sabbia nella luce piena del mattino il paesaggio sembrò veramente lunare.
Lungo la pista un gruppo di piccoli cavalli dei Tangerais ci offrì lo spettacolo di una corsa al gran galoppo. Più lontano sul mare di sabbia due uomini che portavano un paniere dal quale usciva curiosamente un pollo: ci fermarono cercando di parlarci e questo incontro anche se di parole incomprensibili ci ridiede il senso dimenticato del contatto umano.

Mario Dalmazzo